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Aggiornato il 23/01/2010
 
 
 
 
 
 
 
 

Rubrica Karate Goju Ryu

In questa sezione sono presenti gli articoli scritti dal M° Maurizio di Stefano riguardante la disciplina del Karate Goju Ryu, per ulteriori informazioni o chiarimenti contattare direttamente l'autore dell'articolo.

Gogen Yamaguchi: Il gatto
Il Leggendario Maestro Miyagi
Il Goju Ryu
Le Tre Città e i Tre Stili
La Nascita del Te
Karate - Un po' di storia 2° Parte
Il karate inizia e finisce con il Saluto

Gogen Yamaguchi: Il gatto  (torna su)

La carriera marziale di Gogen Yamaguchi, detto "il Gatto", è ancora oggi, a venti anni dalla sua scomparsa, oggetto di dispute e discussioni a non finire.
A ogni modo, è innegabile il ruolo di primaria importanza rivestito da questo eclettico e colorato personaggio che, nel bene e nel male, ha saputo dare un'impronta assolutamente nuova e originale al Gojuryu come lo conosciamo adesso.
Nato il 20 gennaio 1909 a Kagoshima, nel sud del Kyushu, venne chiamato Yoshimi e, giovanissimo, iniziò la pratica del Kendo. Successivamente si dedicò al Gojuryu sotto Takeo Maruta, un carpentiere che fu la sua prima guida nel Karate.
Nel 1930 Yamaguichi aprì un dojo, facendosi conoscere per i duri allenamenti e per lo studio della respirazione ibuki. Nel contempo, egli iniziava la pratica e lo sviluppo dei principi del jiyu kumite, fino ad allora poco praticato nella disciplina più tradizionalista, basandosi sul sistema di punteggio del Kendo.

Nel 1931 conbbe Miyagi, grazie al quale ebbe modo di conoscere la componente "morbida" e più profonda dello stile: fu proprio il fondatore del Gojuryu a dargli il nome Gogen, nel quale compare il carattere "Duro", a indicare la sua preparazione principale in questo singolo aspetto della scuola.

La scoperta della componente "Juu" (morbida), colpì profondamente Yamaguchi, che iniziò a fondere in modo sincretico la pratica del Karate a quella della meditazione e a certe pratiche religiose e filosofiche.
Sotto la guida di Miyagi, egli si ritrovò alla guida del Gojuryu in Giappone, mentre il suo maestro rientrava a Okinawa al termine di un periodo di insegnamento nell'Arcipelago.

Successivamente Yamaguchi introdusse i kata Taikyoku per i principianti e ideò il simbolo della Gojukai, oggi noto in tutto il mondo e spesso utilizzato, anche in modo indebito, da altre scuole non riconosciute dalla Federazione ufficiale: pare
che, per disegnare il famoso pugno, egli si sia ispirato alla mano di Miyagi, sebbene alcuni ritengano che la mano ritratta sia proprio quella dello stesso Gogen.

Nel 1935 fondò la prima Federazione Giapponese di Karatedo Gojukai, divenuta poi International Karatedo Gojukai Association (IKGA) 20 anni dopo.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, di stanza in Manciuria, egi venne fatto prigioniero in un campo di concentramento russo: si narrano episodi leggendari risalenti a questo periodo, tra i quali uno scontro con una tigre e il modo in cui i
russi tentarono in ogni modo di fiaccare lo spirito di quello strano ometto dalla folta chioma, senza mai riuscirci. Sarebbe stata la pratica del Karate a permettere a Yamaguchi di sopravvivere.

Nel 1947 Yamaguchi tornò in Giappone e, sconfortato per le condizioni del suo amato Paese (egli era un acceso shintoista e un convinto nazionalista), meditò perfino il suicidio. Ancora una volta, la passione per il Karate gli salvò la vita, spingendolo a diffondere la conoscenza della sua arte in tutto il Giappone.


Egli tenne a una lunga dimostrazione a Tokyo, mostrando le proprie capacità nel Karate e in altre pratiche apprese in Cina, per la bellezza di una settimana.

Quindi cominciò a riorganizzare le scuole di Gojuryu, frequentando al contempo ambienti religiosi di vario genere: divenne perfino un maestro nel pensiero Shinto, creando un personalissimo sistema marziale e religioso insieme.

Nel 1951, Yamaguchi ottenne il 10 Dan da Miyagi, e nel successivo decennio continuò l'opera di diffusione della sua scuola, ottenendo il titolo di Shihan presso la Kokusai Budo Renmei (Federazione di Arti Marziali Internazionale).


Nel 1968 l'Imperatore Hirohito lo insignì di un importante riconoscimento, la Medaglia dal Fiocco Blu, per il suo contributo alle arti marziali giapponesi.

Gli anni '60 e '70 videro anche viaggi all'estero e l'inizio della diffusione massiccia del Gojuryu di Yamaguchi in tutto il mondo, Italia compresa, dove esso giunse grazie all'opera del M. Evangelista prima e del M. Shihan Giancarlo Barbin poi.


Yamaguchi morì il 20 maggio 1989, dopo essersi sposato due volte e avere avuto numerosi figli, uno dei quali, Goshi, venne nominato suo successore come guida della Gojukai.


Il leggendario Maestro Miyagi - Novembre 2009 (torna su)

Leggendo questo nome, i meno giovani ricorderanno senza alcun dubbio una delle figure cinematografiche più amate nel panorama dei film marziali anni '80, quel maestro Miyagi interpretato dal mitico Pat Morita nella saga di “Karate Kid”.

Ebbene, quel personaggio mite e potente al tempo stesso, era liberamente ispirato a numerosi modelli di maestri realmente vissuti nel Giappone a metà tra il XIX e il XX secolo, e in modo particolare il suo nome era un chiaro omaggio a Miyagi Chojun, uno dei più importanti tra tutti questi storici Sensei.

Chojun Miyagi nacque il 25 aprile 1888 a Naha, figlio adottivo di un ricco uomo di affari.

Intraprese lo studio del karate sotto la guida di quel maestro Higaonna del quale abbiamo parlato la volta precedente, quando aveva 14 anni.

Dotato di enorme talento, divenne un uchi deshi (ossia allievo “personale”) di Higaonna, col quale continuò a praticare fino al 1915, anno della dipartita del celeberrimo maestro.

In quello stesso anno egli si recò in Cina, nella provincia del Fujian, per proseguire gli studi già intrapresi dal defunto mentore anni addietro: qui studiò tecniche dello Shaolin e del Pa Kua, traendo da tale esperienza un bagaglio di conoscenze che sarebbero confluite, nell'alternanza di movimenti duri e morbidi, in uno stile del tutto nuovo.

Tornato a Okinawa, cominciò a insegnare la propria arte alla polizia locale, ma si dedicò anche alla diffusione su larga scala del karate, nella speranza che anch'esso venisse considerato un'arte marziale degna di considerazione nel panorama del Budo giapponese.

Nel frattempo, forte delle esperienze maturate in Cina, sviluppò in modo nuovo il kata Sanchin e gli accostò, estrapolandolo da una forma cinese ben più lunga e complessa, il kata Tensho, dando vita a un connubio di forme capace di contenere i principi duri e morbidi della sua scuola.

In realtà il nome Goju Ryu nacque quasi per caso, nel 1930, qando uno studente di Miyagi si trovò costretto a inventare una definizione per lo stile del suo maestro: questi, infatti, non aveva dato ancora alcuna indicazione precisa per la propria scuola, e solo allora decise, ispirandosi a un poema riportato nel Bubishi (testo di enorme importanza nello sviluppo del karate, e del quale avremo modo di parlare più approfonditamente in un'altra occasione), di servirsi dei due ideogrammi con i quali attualmente si identifica questa arte.

Un verso di tale poema recitava infatti: “il modo di inspirare ed espirare si basa sul duro (GO) e sul morbido (JU)”: di qui, la scelta di un nome che fosse in grado di rispecchiare i principi fondamentali dello stile.

Miyagi morì l'8 ottobre 1953, senza lasciare un successore formalmente nominato: i suoi seguaci erano tuttavia numerosi, e alcuni di questi assunsero su di sé il compito di perpetuare gli insegnamenti del maestro.

Uno di loro, in modo particolare, decise di nominarsi a capo del Goju-ryu giapponese: si trattava di Yamaguchi Gogen, personaggio di spicco nel panorama del karate nipponico e fondatore della Gojukai.


Il goju Ryu Ottobre 2009 (torna su)

Nel nostro ultimo appuntamento, abbiamo avuto modo di scoprire qualcosa sulla prima distinzione tra le varie "scuole" o "correnti" di Te, l'originaria forma di lotta che si sarebbe poi evoluta nel moderno Karate, facendo particolare riferimento alla cosiddetta Naha-te di Kanrio Higaonna: da questa scuola, come ho spiegato la scorsa volta, sarebbe derivato il Goju Ryu, uno degli stili forse più caratteristici tra tutti quelli generatisi sull'isola di Okinawa, e – secondo alcuni – il solo a essersi tramandato fino ai giorni nostri con pochissime variazioni rispetto alle forme originarie.

Al di là di tali questioni, data l'impossibilità di constatare con precisione scientifica la loro esattezza, quel che è certo è che il Goju Ryu è, tra i cosiddetti quattro stili "principali" (Shotokan, Wado Ryu e Shito Ryu sono gli altri tre), quello che maggiormente riesce a riassumere in sé determinate caratteristiche, tanto nelle tecniche quanto nelle impostazioni, di matrice evidentemente continentale.

Nel 1867, l'allora quattordicenne Kanryo Higaonna (1853-1915) partì alla votla della Cina, ove rimase per altri quattordici anni, impegnato nello studio del Kenpo cinese (Chuan fa). Nel 1881 (o  nel 1887, secondo alcuni) tornò finalmente nelle Ryukyu, portando con sè un bagaglio di profondissime conoscenze marziali.

In modo particolare, quel che Higaonna aveva avuto modo di approfondire era stato il Pugno della Gru Bianca dello Shaolin del Sud, e proprio questa sarebbe una delle ragioni per le quali nel Goju Ryu si possono scorgere numerosi movimenti imitativi del volo delle gru, oltre che dei passi e degli atteggiamenti di altri animali (tigri in primo luogo).

A questo punto si rende però doverosa una parentesi. I dati riportati sopra nono sono facilmente dimostrabili.

La storia di Higaonna è in gran parte nota, ma numerosi sono i dettagli dibattuti dagli studiosi: secondo K. Tokitsu e la sua "Storia del Karate" (ed. Luni, 2005), Higaonna avrebbe avviato i propri studi marziali a 17 anni, sotto Seshou Arakaki, un cinese di Kume che in seguito lo avrebbe presentato a un altro maestro continentale, D. Kugusuku. Si sarebbe trasferito in Cina solo nel 1872, ovvero quando aveva circa 20 anni, e dopo aver appreso il cinese dai suoi maestri.

Tali dati contrastano nettamente con quelli sopra riportati, e recentemente ripresi da numerosi testi nipponici, come il volume "Okinawa Karate no Shinjitsu" (Ed. Full Com, 2009).

Certo è che, al suo rientro in patria, egli trovò una situazione politica ben diversa da quella che aveva lasciato: il re era stato destituito, ill dominio di un Giappone che si avviava verso la cosiddetta modernità si era imposto in modo definitivo e per sopravvivere Higaonna dovette avviare un'attività commerciale. L'insegnamento del "To-de", ossia "Mano cinese", come ora il Te antico venne ribattezzato, giunse tardi e non fu mai veramente utile al sostentamento del maestro. Solo dopo l'inizio del XX secolo il numero degli allievi venne aumentando, e tra questi si distinsero in modo particolare Miyagi Chojun e Mabuni Kenwa, destinati a lasciare una traccia profonda nei successivi sviluppi del Karate.


Le Tre Città e i Tre Stili (torna su)

Come si è detto la volta precedente, il Te, formatosi lentamente a Okinawa sulla scia di una serie di influssi tanto autoctoni quanto continentali, aveva preso a svilupparsi in tre distinte direzioni.

Tante furono, infatti, le “proto-scuole” (e mi servo qui, volutamente, di un termine inesatto, ma che rende a parer mio abbastanza bene la situazione che si venne a determinare in questo periodo storicamente difficile da documentare), sorte in altrettante città.

Sulla piccola isola di Okinawa sorgevano per l’appunto tre centri principali: Naha, Shuri e Tomari.

Nel 1852 Kanryo Higaonna, di ritorno dalla Cina, fonda la scuola definita Naha-Te. Naha era la città di origine di Higaonna, oltre che la regione nella quale sorgeva anche il villaggio di Kume.

Nel Naha-te di Higaonna, dal quale si sarebbe poi sviluppato il Goju Ryu, confluivano dunque tanto le esperienze di Kume quanto le conoscenze che questo maestro ebbe modo di acquisire nel corso della sua permanenza oltremare.

Meno chiara è, per molti versi, l’origine degli odierni Shuri-te e Tomari-te. Anche in questi casi siamo di fronte a “scuole” o “tecniche” (“Te”, per l’appunto, nell’accezione di tecnica, capacità o conoscenza) legate a determinate città. Lo Shuri-te viene fatto risalire in modo specifico alla figura semi leggendaria di Sokon Matsumura, forse allievo dell’ancor più mitico Sakugawa. Questi seppe fondere le arti di Okinawa a quelle cinesi, oltre che alle tecniche della scuola di spada Jigen-Ryu. È probabilmente anche grazie a lui che nacque una seconda scuola, affine allo Shuri-te, ma denominata per l’appunto Tomari-te dall’omonimo centro abitato.

Purtroppo, come si è già avuto modo di dire, di questa complessa e affascinante fase storica restano pochissime testimonianze, e molto deve essere affidato a tradizioni non esenti da esagerazioni e descrizioni spesso fantasiose. Una vaga incertezza aleggia anche su date e nomi dei protagonisti di tali vicende, ma gli studi condotti sui rapporti tra le attuali scuole moderne, uniti alle narrazioni dei discendenti di quei primi, grandi maestri, consentono almeno di stabilire dei legami abbastanza precisi tra quello che è venuto sviluppandosi nel cosiddetto Karate moderno, e l’originario Te di Okinawa.


La Nascita del “Te”   (torna su)

Bentornati al nostro ormai consueto appuntamento col Karate.

Come si è visto nello scorso numero, la fusione di una serie di diversi elementi culturali e politici (tra i quali si segnalano in modo particolare il continuo flusso di scambi tra le Ryukyu e la Cina, l’annessione forzosa di Okinawa da parte del clan giapponese di Satsuma, e i continui divieti – originatisi già in seno ai governi locali – al porto di armi da parte del popolo), condusse nel tempo alla nascita di forme di combattimento armato a mani nude che, a poco a poco, sarebbero state organizzate in un corpus complessivamente poco omogeneo.

Sarebbe stato questo insieme di conoscenze ad assumere sostanza in quello che passò infine alla storia come “Te” (o “Ti” che dir si voglia), una proto-arte marziale okinawense dalla quale, in tempi molto più recenti, sarebbe stato generato il moderno Karate.

Va qui sottolineato un fatto importante: l’insegnamento delle tecniche di lotta, in questa prima fase, avveniva “segretamente” e soprattutto a scopo di auto-difesa.

Come la Storia insegna (si pensi alla celeberrima Rivolta dei Boxer che insanguinò la Cina all’inizio del XX secolo), per quanto abili siano, dei combattenti a mani nude poco o nulla possono contro eserciti bene armati e bene addestrati.

I maestri dell’Okinawa-te, pertanto, impartivano le loro lezioni a circoli ristrettissimi di allievi, allenandoli spesso nei giardini delle proprie abitazioni, in un clima di totale clandestinità.

Oltretutto, poco o nulla sappiamo delle esatte dinamiche, come anche dei principi precisi, che governavano questa fase antica del Karate: le prime testimonianze certe giungono solo attorno al XIX secolo, quando la tradizione esoterica della trasmissione marziale cedette il posto a un insegnamento più sistematico e organizzato in vere e proprie scuole.

Ma ancor prima di questa importante svolta, il Te vide un’evoluzione tutta particolare, articolandosi in tre principali correnti che, ancora oggi, mantengono sostanzialmente invariate le loro caratteristiche fondamentali: caratteristiche che si sarebbero trasmesse fino a noi grazie alla succesiva sistematizzazione del Karate propriamente detto.

Ma di questo, come si suol dire, parleremo la prossima volta.


Karate - Un po’ di Storia -2°parte - Giugno 2009 (torna su)

Bentornati al nostro appuntamento con il Karate!

Dopo l’assenza dallo scorso numero, della quale peraltro mi scuso, torno a parlare rapidamente della storia di questa Arte Marziale, riprendendo il discorso dal punto in cui ci eravamo lasciati l’ultima volta.

Abbiamo visto come nelle Ryukyu, divenute tributarie della grande Cina, si fossero diffuse le tecniche di lotta originatesi nel Continente grazie ai membri delle cosiddette “36 famiglie”. Nel corso dei secoli si verificarono però altri scambi tra l’arcipelago e il potente impero cinese, anche grazie a viaggi compiuti da abitanti di Okinawa che, specialmente a partire dal 17 secolo, iniziarono a recarsi oltremare per varie ragioni.

Nel frattempo, nel 1609, il clan giapponese dei Satsuma costrinse le Ryukyu a un ulteriore versamento di tributi: di fronte alla maggior forza militare nipponica, gli autoctoni poterono fare ben poco, e dovettero sottomettersi.

Fu questo l’inizio di nuovi rapporti per Okinawa, che da quel momento in poi si trovò a vivere sotto una duplica dominazione, cinese e giapponese.

Se, da un lato, gli ovvi influssi contribuirono a formare la società e la mentalità degli okinawensi, dall’altro la scomoda situazione portò la cultura locale a chiudersi in se stessa, senza che all’esterno ci si potesse accorgere del modo in cui i suoi numerosi aspetti, compresi quelli marziali, si andavano sviluppando.

Una cosa, in modo particolare, colpisce l’attenzione dello storico del Karate: nonostante si ritenga, abbastanza comunemente, che fossero proprio i giapponesi a imporre i divieti di porto di armi agli abitanti di Okinawa, sembra che in realtà un processo di smilitarizzazione del popolo avesse avuto inizio ben prima del 1609. Il clan di Satsuma non fece che conservare tali divieti, forse inasprendone alcuni aspetti, ma già dal 15 secolo i re di Ryukyu avevano sostanzialmente imposto il disarmo alle genti del luogo. Queste, dal canto loro, non poterono fare altro che cercare nuovi sistemi di difesa, a mani nude o trasformando in armi attrezzi impiegati per usi quotidiani.

Fu in tale clima che prese forma, a poco a poco, un’arte di lotta insegnata segretamente, di notte e spesso su basi strettamente familiari.

Stava lentamente prendendo forma il Karate.

Il karate inizia e finisce con il Saluto - Marzo 2009 (torna su)

È con immensa gioia e soddisfazione, oltre che con un pizzico di emozione (come nasconderlo?), che mi accingo, per la prima volta, a scrivere sulle pagine di questa Rivista dedicata al mondo delle Arti Marziali.

Mi presento: il mio nome è Maurizio Di Stefano, e pratico Karate fin da quando ero bambino. Negli ultimi cinque anni ho iniziato a studiare il Karate Goju-ryu di scuola Yamaguchi, sotto la guida di Shihan Giancarlo Barbin e, nel corso delle mie periodiche trasferte nel Sol Levante, di Saiko Shihan Goshi Yamaguchi.

Di recente ho ricevuto da Shihan Barbin l’autorizzazione all’insegnamento di questa Disciplina, trovando nella Società Taoista di Arti Marziali del M. Jaime Luis Vizconde un luogo ideale nel quale avviare il mio primo corso di Goju-ryu Karate-do.

Colgo pertanto l’occasione per ringraziare il M. Jaime Luis Vizconde, persona dotata non solo di notevole carisma ma anche di grande umanità e placida cortesia, per avermi concesso questa duplice occasione: da un lato, perché egli mi permette di sfruttare i locali della sede in via Giovanni de Agostini per allenare i miei Allievi; dall’altro, perché grazie a questa pagina potrò, numero dopo numero, presentare ai Lettori una serie di note sul Karate-Do Goju-ryu della Goju-kai di Saiko Shihan Goshi Yamaguchi.

 Approfitterò pertanto dello spazio a mia disposizione per parlare, di volta in volta, dei principali cenni storici, filosofici e tecnici della scuola “del Duro e del Morbido” (tale è infatti la traduzione degli ideogrammi che appaiono nel nome “Goju”), ma anche delle differenze  più caratteristiche rispetto ad altre correnti di Karate e del modo in cui l’attività della Goju-kai si inserisce, a livello mondiale, nel variegato panorama marziale.

Vedo però che, come si suol dire in questi casi, lo spazio è tiranno!

Concludo qui questo mio primo articolo introduttivo, salutando tutti i Lettori e invitandoLi a venire a dare un’occhiata alle lezioni di Karate-Do Goju-ryu presso la sede in Via Giovanni de Agostini, il martedì alle 19.00 e il giovedì alle 20.30.

Alla prossima!

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